A seguito dei fatti di cronaca inerenti il delitto di Stabio e i casi di abusi sui minori da parte di un docente di informatica del Cantone Ticino, si riaccende il dabattito sulla gestione delle informazioni che vengono diramate dai media (locali e non), dalle autorità giudiziarie e dalle persone che spontaneamente sui social media le arricchiscono di spunti, commenti e condivisioni spesso inopportune e fuori luogo.

In questi casi la privacy subisce forti pressioni da parte di chi vuole essere informato autorevolmente (nomi, cognomi, …) e da parte di chi, giustamente, ha il compito sempre più difficile di tutelare l’identità delle vittime e delle persone coinvolte nei fatti. In tutto questo le nuove tecnologie per la comunicazione di massa diventano centrali.

  • È giusto non dare il fare il nome degli arrestati ?
  • Quando il diritto di cronaca e le norme giudiziarie in materia penale sono messe in discussione da un’informazione fluida che viaggia sulle reti dei social media. Come si tutelano le vittime di reati?
  • Quale è il rapporto fra tecnologia-persona in casi delicati come questi?

La tramissione “60 minuti” della Radiotelevisione svizzera -RSI – condotta da Reto Ceschi, ha affrontato questo delicato tema attraverso un dibattuto aperto e in forma interdisciplinare con esperti del settore.

Oltre a me, nel ruolo di esperto di nuove tecnologie, hanno partecipato: Fiorenza Bergomi (Pocuratrice Pubblica), Cristiana Finzi (delegata per l’aiuto alle vittime), Matteo Caratti (direttore La Regione) e Francesco Lepori (giornalista RSI).

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